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Alluvionati senza polizza

ALLUVIONATI SENZA POLIZZA: PRESTO OBBLIGATI AD ASSICURARSI PRIVATAMENTE? 

Sapete che cosa si sta cercando di presentare alla Camera? 

Ho letto questo articolo e mi è venuta la pelle d’oca! Basta leggere questo stralcio:

L’idea, dunque, è quella di obbligare i privati ad assicurare i loro beni per garantire il valore dei patrimoni personali, e liberare così lo Stato da esborsi a pioggia troppo spesso inefficaci per la risoluzione delle vicende catastrofali. 

‘.. iniziativa legislativa, che ha peraltro registrato il consenso di qualificati esponenti rappresentativi dei consumatori, delle assicurazioni private e degli amministratori condominiali, intervenuti proprio di recente presso la Camera dei Deputati per ascoltare la proposta dell’On.le Rostan.

Spero vivamente che si tratti di una inverosimile iniziativa poco sostenuta e destinata a morire sul nascere; tralascio di sottolinearne gli evidenti motivi e gli interessi che apparentemente la sostengono.

Ma veniamo allo stato di fatto e alle soluzioni più ragionevoli: il tema delle calamità naturali è di costante attualità e la magnitudo dei danni è spesso allarmante.

Riporto uno stralcio di intervista; parla il Dott. Fabio Panetta, direttore generale della Banca d’Italia e presidente dell’Ivass (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni), che riporta la situazione assicurativa nel nostro Paese, utile per commentare. 

«Il caso delle catastrofi naturali è emblematico – spiega Panetta – L’Italia è nello stesso tempo il paese europeo più esposto al rischio di terremoti e alluvioni e quello con la più alta quota di ricchezza, oltre due terzi, investita in case e immobili. Ciò farebbe presupporre che fosse anche il paese con la più ampia diffusione di questo tipo di coperture, data l’elevata probabilità, soprattutto in più aree del Centro-Sud, di subire danni ingenti a un bene primario come l’abitazione. Nulla di tutto questo si riscontra sul nostro mercato assicurativo, dove appena il 2,4 per cento delle abitazioni è coperto da rischi relativi a catastrofi naturali. Per di più, la diffusione territoriale delle polizze è inversamente proporzionale all’esposizione al rischio».

La risposta è semplice:

  1. non esiste, come altrove, un Decreto Legge che imponga l’assicurazione obbligatoria sul rischio da calamità naturali, ovvero l’obbligo di assicurarsi a basso costo (poche decine di euro all’anno, ovvero calmierato in quanto collettivamente distribuito); quindi lo Stato paga in base alle proprie disponibilità, ovvero paghiamo comunque noi con la nostra tassazione e scontiamo la minore disponibilità delle casse Statali (quindi anche Regionali) su altri progetti e investimenti territoriali. Sempre che l’intervento Statale sia di volta in volta congruo e senza considerare i costi e le difficoltà di accesso a queste disponibilità di intervento economico.

Probabilmente un’assicurazione obbligatoria costerebbe meno del canone RAI. 

  1. Le Compagnie si rifiutano di offrire coperture assicurative laddove il rischio è elevato, in particolare nel più ampio rischio civile di massa. 

D’altronde le Compagnie sono Imprese private e come tali devono fare utile; perché mai dovremmo pensare il contrario?

Detto ciò, a mio avviso la soluzione è soltanto una e riguarda un intervento legislativo (su questo sono personalmente d’accordo) che finalmente, e con lungimiranza, ridistribuisca il costo sulla collettività: in modo calmierato, nella misura di poche decine di euro annui, sotto forma di polizza convenzionata presso gli assicuratori Italiani; che è ben diverso dalla proposta di Legge citata, la quale costringerebbe ad assicurarsi in proprio nel libero mercato assicurativo.

D’altronde, basterebbe analizzare quanto già normato da Paesi come Spagna e Francia (che non posso dilungarmi a commentare in questo contesto) per comprenderne l’efficacia; eventualmente, mutuando le loro esperienze e recependole nel modo più funzionale al nostro sistema Stato.

La mia personale idea, è quella di un Decreto che faccia cooperare obbligatoriamente le Compagnie assicuratrici in un pool unificato; un unico Consorzio privato (che coinvolga tutte le Imprese Assicuratrici esercenti in Italia) e che metta a disposizione la quota obbligatoriamente pagata da tutti (fondo di garanzia), calmierata (a basso costo) e tra queste proporzionalmente distribuita. Il tutto a copertura congiunta degli indennizzi, anche questa proporzionalmente distribuita tra le Compagnie coinvolte. 

Ed altresì una gestione cooperata dell’emergenza a carico degli assicuratori; mettendo cioè a disposizioni le professionalità assicurative, le capacità peritali, di bonifica di primo intervento, organizzative sul piano della gestione della criticità, amministrative unificate per la regolazione del danno e la distribuzione del ristoro.

Un Decreto Legge, una quota pro-capite a quel punto minima e assolutamente sostenibile, un unico Consorzio privato di riferimento, una polizza convenzione, un unico ufficio referente autogestito (che consenta la facilità di accesso al servizio e alla erogazione).

Qualcuno potrebbe obiettare adducendo al fatto che lo Stato non dovrebbe imporsi sulle attività di Imprese private? Discutibile. Tutt’al più, quand’anche il “sistema” assicurativo non potesse ritenersi direttamente coinvolto, non dimentichiamo che un Ente pubblico può comunque costituirsi in Impresa di servizi, in questo caso in Impresa assicuratrice.     

Tutto ciò è ben diverso e ben lontano dalla proposta di Legge che afferisce ad una polizza obbligatoria da stipularsi privatamente, la quale aprirebbe senza dubbio il campo al rischio di una libera tariffazione, nonostante si tratti di un obbligo, così come avviene per la RC AUTO.

Se è un obbligo assicurare la circolazione stradale, perché ogni Compagnia propone una propria tariffazione come se esercitasse in un non obbligato libero mercato di domanda offerta? Tariffata differenziando per Regione / Provincia. Inaudito.

E’ questo il rischio? Anche per le calamità naturali? Temo proprio di si. 

L’augurio è che il Parlamento non si presti a queste iniziative di Legge; certamente molto poco “sociali”.